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Emergenza gestita bene grazie al rapporto tra pubblico e privato

Marco Ferlazzo, Presidente AIOP Sicilia e Direttore COT – Istituto Clinico Polispecialistico di Messina, analizza la gestione dell’emergenza Covid in Sicilia e vede le premesse per una collaborazione positiva per il futuro

Nella regione Sicilia, in maniera provvidenziale, il Covid 19 ha avuto un impatto, come si rileva dalle statistiche, molto modesto, così come è avvenuto, in genere, nelle regioni centro-meridionali. La regione siciliana ha sfruttato in maniera positiva l’esperienza durissima delle regioni del nord, soddisfacendo in pieno, sia negli ospedali pubblici che nei privati, il fabbisogno di terapie intensive, di Covid hospital e Covid center.

Nell’accordo che, come AIOP Sicilia, abbiamo stipulato con la regione, abbiamo dimostrato come l’integrazione del sistema pubblico e privato, sia ormai strutturale, in quanto la componente di diritto pubblico e quella diritto privato fanno parte di un unico sistema sanitario integrato, che è in grado di rispondere alla domanda di salute dei cittadini, anche in caso di emergenza. In Sicilia abbiamo predisposto un numero rilevante di strutture private non Covid pronte a dare un supporto al sistema per decongestionare quegli ospedali pubblici Covid che ne avessero avuto bisogno, accogliendo i pazienti dimessi e trasferiti dagli stessi. Quindi, la gran parte delle strutture private accreditate è diventata parte della rete no Covid. Inoltre, sulla base delle disponibilità e caratteristiche di ciascuna azienda, alcuni ospedali privati accreditati si sono trasformati in Covid Hospital e Covid center, tra cui quello che dirigo, mettendo a disposizione del sistema 60 dei 91 posti letto accreditati, attraverso un accordo attuativo col Policlinico Universitario.

Successivamente, atteso che, fortunatamente, si è registrato un calo della emergenza pandemica, ci siamo attrezzati per uscire dalla rete Covid, considerato che, alla luce della curva calante dei contagi, le strutture pubbliche possono soddisfare la domanda dei pazienti infetti ed anche un’eventuale recrudescenza della pandemia.

La rete siciliana, quindi, ha dimostrato di essere attrezzata adeguatamente per gestire l’andamento della pandemia, anche grazie ala risposta immediata e responsabile del comparto privato e all’integrazione dei due settori, pubblico e privato, come è avvenuto anche in altre regioni.

Quindi il rapporto tra pubblico e privato nel sistema sanitario, visto su scala nazionale, può essere un rapporto che va oltre il ruolo sussidiario che gli è stato attribuito in passato, quando il pubblico non ce la fa?

Vorrei premettere innanzitutto che il concetto di “sussidiarietà” rispetto alla rete pubblica, è oggi anacronistico e superato dalle stesse normative nazionali e regionali che ci vedono in un ruolo di integrazione paritaria tutti all’interno della stessa rete regionale. Certamente, il regionalismo accentuato che, negli ultimi anni, ha avuto la sanità nella gestione delle risorse, ha creato delle significative differenze tra le regioni, che è uno delle criticità che questa pandemia ha messo ulteriormente in evidenza. Ad esempio, in Lombardia e in Veneto il privato è molto più presente e integrato rispetto a quanto lo sia nelle regioni centro meridionali e in Sicilia; in percentuali, in Lombardia la presenza del privato accreditato è del 45% mentre nella regione Sicilia eroghiamo il 25% di prestazioni con una presenza di privato accreditato del 13% della rete ospedaliera pubblica. Il che dimostra che siamo marginali nella rete, ma che siamo molto efficienti ed efficaci verso i pazienti, in quanto eroghiamo un servizio rilevante, anche in termini numerici, e di qualità ai cittadini siciliani e, quindi, all’intero sistema sanitario regionale di cui siamo e ci sentiamo parte attiva.

Ritengo che sul fatto che nella gestione del sistema sanitario ci siano politiche diverse in ciascuna regione si dovrà riflettere ed assumere decisioni consequenziali.  Nel prossimo futuro, a mio avviso, questo tema sarà oggetto di un forte dibattito che coinvolgerà anche la prossima campagna elettorale, nella quale probabilmente si potranno verificare due fronti contrapposti: governatori che vorranno lasciare le cose così come stanno e una componente dei partiti e dell’opinione pubblica che vorranno una centralità maggiore nella responsabilità delle scelte sanitarie per ottenere uniformità di assistenza nel Paese.

Il problema è capire il livello di efficienza che può garantire un ritorno a livello nazionale…. E’ vero che ci sono regioni a diverse velocità, ma molte, anche in emergenza, hanno dimostrato una certa efficienza.

In linea di massima più sono i centri decisionali più sono i centri di spesa. In un mondo che va verso la globalizzazione, parcellizzare, in maniera totalmente autonoma, la gestione della sanità e, quindi i servizi alla persona, appare controcorrente e significa tante cose. Infatti, la sanità non riguarda solo la fase della malattia, ma anche la fase della prevenzione, come dimostra questa emergenza, che ci sta insegnando tanto. A mio avviso, una soluzione ideale oggi non ce l’ha nessuno. Ma penso che dobbiamo trasformare questa pandemia in una opportunità, cioè in un’occasione per aprire una riflessione profonda che possa avere dei riflessi concreti su una nuova visione ed organizzazione della sanità del Paese.

Sia le regioni che la popolazione sono state abituate nell’ultimo periodo ad avere un approccio ospedalocentrico per la salute. Ed è stato così fino a ieri. Ma basti pensare agli afflussi limitati nei pronto soccorsi durante la pandemia per capire che le Regioni devono ripensare ad organizzare i territori e, a mio avviso, a tal fine, un grande aiuto lo possono dare l’informatica e la digitalizzazione, sulle quali occorre investire molto. Occorre finalmente realizzare quella tanto auspicata integrazione ospedale-territorio che può dare risposte importanti all’utenza, che va indirizzata nelle strutture appropriate alla loro diversa esigenza di salute. Occorre curare i pazienti innanzitutto sul territorio e solo in fase acuta negli ospedali.  Poi nelle strutture post acutie o con l’assistenza domiciliare per dare una corretta continuità assistenziale dove sarebbe opportuno coinvolgere i medici di base.

Questo può essere un ragionamento in termini di continuità assistenziale ospedale / famiglia, ma anche in ambito di prevenzione attraverso la medicina di base…

Sì, ritengo opportuno che i medici di base facciano prevenzione. Si dovrebbero occupare dei pazienti prima dell’insorgere delle malattie, suggerendo esami preventivi e dovrebbero essere scaricati dalle problematiche degli acuti per occuparsi più di questi aspetti. Anche in questo caso ci sono regioni già all’avanguardia e altre, dove, ad esempio, mancano screening territoriali che nessuno programma. Se ogni regione continua a fare percorsi diversi non si avrà mai uniformità. Venti anni fa, in una fase di crescita anche economica costante, potevamo permetterci questo sistema, oggi siamo in fase di recessione dove anche le risorse vanno contingentate

Il sistema ha risposto in maniera differenziata per regioni, ma anche per strutture. Abbiamo avuto il problema delle RSA e delle residenze per anziani, assenze a livello di prevenzione e di preparazione di fronte a una situazione di emergenza, mancanza di dispositivi, di preparazione e di procedure…E’ necessario alzare gli standard delle strutture nell’approccio con il paziente e nell’accoglienza in generale?

Sì, si ritorna sempre al punto della centralità dell’organizzazione, delle norme e dell’eccessiva autonomia periferica. Per quanto riguarda i dispositivi era difficile prevedere il fatto che ci fosse una pandemia virale di questa portata. Da tempo ormai, facciamo esercitazioni per lo sgombero dell’ospedale in caso di terremoto o incendio e, quindi, siamo attrezzati anche psicologicamente per questo tipo di crisi, ma non siamo preparati a gestire il dilagare di un virus, che inizialmente sembrava non più che una pesante influenza. Nessuno era provvisto di tute, mascherine, dei vari dispositivi di protezione individuale e di attrezzature e posti letto di terapia intensiva adeguati e anche culturalmente non eravamo pronti ad una pandemia virale. Cosa che invece ormai abbiamo compreso dobbiamo ipotizzare nel futuro come evento eccezionale, ma che potrebbe capitare e per il quale dobbiamo essere preparati forti della nostra esperienza. Abbiamo capito che occorre investire di più nella sanità e nella ricerca, nelle assunzioni di medici e sanitari, e nella programmazione di letti di terapia intensiva, per i quali il comparto privato accreditato può essere disponibile. Siamo consapevoli che possiamo combattere le complicanze e prevenirle con le procedure per l’antibiotico-resistenza negli ospedali, ma l’unica cosa verso la quale non abbiamo farmaci sono i virus. Quindi dobbiamo essere pronti.

Dopo il picco della pandemia, che per fortuna in Sicilia è stato moderato, il dibattito sulla riapertura dei servizi è stato molto frenato dal fatto che non avevamo indicazioni chiare su quali test fare per lo screening di massa della popolazione. Alcune regioni, come la Lombardia, il Veneto, l’Emilia-Romagna, hanno prima di noi riaperto ambulatori e attività ospedaliere con percorsi guidati, indicando vie di sicurezza con screening di massima, e talvolta con i tamponi, che sono ancora l’unico mezzo per diagnosticare con certezza la presenza di infezione da Covid19. Ma questi non si trovano facilmente sul mercato o servono le card che però non arrivano. Oggi anche la nostra regione ha dato disposizioni per una riapertura graduale dell’attività sanitaria in sicurezza, prevedendo i test sierologici per gli operatori sanitari e i tamponi rinofaringei per i pazienti che devono ricoverarsi. Ma permangono alcuni dubbi interpretativi ed applicativi delle disposizioni emanate su una materia che è di per sé molto delicata. Dubbi per i quali abbiamo chiesto alla regione i necessari chiarimenti per garantire sicurezza e serenità, sia agli operatori sanitari che ai pazienti. In modo che si ritorni alla normalità e si ritorni a curarsi senza timori co le dovute cautele. Perché innanzitutto ci sta a cuore la salute dei nostri pazienti, che è al centro della nostra attività.

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