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“Il Covid lo possiamo gestire. La gente non abbia paura degli ospedali”

Margherita La Rocca Ruvolo, Deputato dell’Assemblea Regionale Siciliana e Presidente della VI commissione salute, servizi sociali e sanitari. “Siamo stati pronti. Ora tenere alta l'attenzione”

A colloquio con Margherita La Rocca Ruvolo, Deputato dell’Assemblea Regionale Siciliana e Presidente della VI commissione salute, servizi sociali e sanitari. “Siamo stati pronti. Ora tenere alta l’attenzione”

La Regione Siciliana di fronte all’emergenza Covid… C’è stato a suo parere un livello di preparazione sufficiente?

Abbiamo avuto un vantaggio, per il fatto che quell’ondata violenta che ha colpito le regioni del nord ci ha dato la possibilità di capire la virulenza del virus e il contagio spasmodico. Il sud ha saputo anche utilizzare adeguatamente questo vantaggio perché se oggi la mia regione ha poco più di duemila positivi, in una situazione mondiale dove i numeri sono ben altri, sicuramente è un dato confortante. Il vantaggio è stato utilizzato da parte dell’Assessorato alla Salute  realizzando una rete Covid che ha raddoppiato i posti letto nelle terapie intensive. Sono state individuate aree di emergenza e alcuni ospedali sono stati utilizzati solo per il Covid, come ad esempio l’ospedale di Partinico.

Problematica invece la questione dell’approvvigionamento dei dispositivi di protezione  individuale…

Abbiamo sofferto la mancanza di dispositivi individuali di protezione, dovuta al fatto che a livello nazionale non ci si aspettava numeri così elevati, e il l fatto che sia la Protezione Civile Nazionale a gestire le risorse, rende il problema quasi inevitabile poiché la richiesta è di gran lunga superiore alla reale possibilità. E magari si è cercato di dare, pur mantenendo livelli inferiori rispetto alle attese, al nord a discapito del sud. Tuttavia negli ultimi 15 giorni due carichi diversi arrivati dalla Cina, hanno consentito di procedere in autonomia e di non avere questo problema. Ma abbiamo avuto anche altre sofferenze..

Vale a dire?

Un’altra sofferenza l’abbiamo avuta con i reagenti, da qui il ritardo nei test e nei tempi di risposta. Altro fenomeno problematico è stato l’arrivo, intorno alla metà di marzo, di oltre quarantamila persone che si sono spostate dal nord per rientrare in regione, e su quello è scattato l’allarme della quarantena e la necessità di presidiare i territori per fare in modo che la gente non uscisse di casa e si denunciasse all’arrivo. Per arginare il problema ha funzionato molto bene la macchina messa insieme da Regione Siciliana, forze dell’ordine ed enti locali. I risultati ci sono stati perché moltissime delle nostre comunità risultano deserte, la gente non è uscita perché ha capito che rischiava molto e ha ascoltato le indicazioni che sono state date. Dall’altro lato c’è stata anche l’azione delle forze dell’ordine. Quindi il senso di responsabilità da parte di tutti e la paura di essere multati comunque ha funzionato e oggi i numeri ci danno ragione perché abbiamo poco più di cinquecento ricoverati e i morti sono poco meno di 200, sicuramente un dato elevato, ma posso affermare che nella nostra regione la pandemia è contenuta. Abbiamo ora posto l’attenzione sulle RSA e sulle case di riposo, perché in queste realtà va fatto un esame attento di quello che sta accadendo, con la possibilità di focolai di positivi tra gli anziani, che sono la parte debole di questa catena, bisogna fare attenzione.

 Il contenimento ha avuto successo. Lei ritiene che a questo punto la situazione possa definirsi sotto controllo? A pochi giorni dalla riapertura questa situazione consentirà di tenere il controllo di quella che può essere una nuova ondata del Covid?

No, io ho una grande preoccupazione data dal buon senso, dai dati e da quanto dicono gli scienziati e da chi ci sta lavorando. I consulenti del Ministero e della protezione civile in questi giorni, dopo richieste incessanti di riaprire le attività, di rimettere in circuito l’economia perché fortemente sofferente, frenano e dicono di essere molto prudenti perché non ne siamo assolutamente usciti. Il parere degli esperti quindi non può dare sicurezza e non può essere sottovalutato. Sono molto preoccupata anche perché al momento non c’è una terapia in atto che possa dirsi funzionante e siamo lontani da un vaccino. Questi due elementi a qualunque mente razionale devono far pensare e riflettere. La genesi di questo virus ci è stata spiegata anche dal mondo accademico e quando si arriva alle terapie intensive pochi sono i successi. Per questo sono più preoccupata per il “dopo” che ora.

Il “dopo” verrà affidato alla rete ospedaliera che è stata attrezzata per la gestione dell’emergenza o ci sarà un rafforzamento di quello che è il rapporto con le strutture del territorio?

Per il “dopo” l’Assessorato si muoverà in base alle nuove indicazioni che arriveranno dal Governo nazionale. Sappiamo già che lo spostamento da una regione all’altra sarà vietato. Questa potrebbe essere la premessa per dire che ogni regione avrà anche un margine di autonomia per organizzare al meglio la fase post. Se così sarà, sono certa che la Regione Siciliana continuerà a battere sulla cautela e sul fatto che se non ci sono ovvi e buoni motivi non ci si potrà muovere liberamente. Allo stesso tempo l’economia dovrà ripartire con una serie di accorgimenti che dovranno essere messi in campo, altrimenti ripartiremo per poi fermarci nuovamente forse ad ottobre per la seconda ondata di cui si sente parlare.

Il “resto” della sanità deve funzionare contemporaneamente all’emergenza. C’è stata una fortissima riduzione delle prestazioni e della diagnostica, ma l’assistenza sanitaria e socio sanitaria va comunque assicurata, cosa ne pensa?

Questo è un altro problema. Prendo ad esempio la dichiarazione di un cardiologo dei giorni scorsi che denunciava il fatto che 15 persone sono morte per non essere andate in ospedale per timore del Covid e non si sono lasciate curare. Questo dato fa riflettere e bisogna assolutamente trovare strategie e percorsi adeguati. Qualunque azione va messa in campo per dare sicurezza ai pazienti e dire che negli ospedali si può andare. Il rischio che corriamo è che la gente rinunci alle cure perché ha paura di essere infettata. Questo timore si è fortemente innescato nell’opinione pubblica quando ha visto individuati ospedali misti. L’esperienza del nord da questo punto di vista è stata uno sfacelo ed è servita al sud per fornire percorsi sicuri negli ospedali misti, ma la gente questa cosa non la vuole sentire.

La politica sanitaria della regione tornerà ad essere presente su tutta una serie di aspetti che oggi sono assorbiti in maniera esclusiva dal Covid? Dico questo perché lei è propositrice di un disegno di legge sul tema della normotermia perioperatoria che prima dell’emergenza era argomento di forte interesse correlato alle Infezioni ospedalere.

Certo, ancora di più ritengo. Noi, nel mondo occidentale, avevamo dimenticato le malattie infettive. Questa esperienza ci ha ricordato che dobbiamo correre ai ripari perché non abbiamo debellato nulla. Abbiamo visto, comparando la situazione della Lombardia al Veneto, quanto è stato pagato a caro prezzo puntare moltissimo nel privato rispetto al pubblico. Io sono per una sanità pubblica che funzioni e questo sistema deve essere messo nelle condizioni di funzionare in termini di numeri, risorse, personale come nel privato. Nel privato si fa tutto con pianificazione, e va tutto bene, ma è nell’emergenza che si vede quanto un sistema sanitario funziona. Il privato sceglie cosa fare, il pubblico questa possibilità non ce l’ha. Avere puntato più – come è successo al nord – sulla sanità privata accreditata a scapito del pubblico ha avuto in questa emergenza effetti negativi. Secondo me oggi qualcosa va rivisto in questo senso perché abbiamo tagliato il mondo della ricerca, mortificato le professioni e lasciato scappare molti professionisti. Rispetto ad altri paesi il nostro sistema sanitario funziona, ma dobbiamo capire cosa vogliamo da questo sistema e cosa ci deve offrire. Per quanto riguarda la normotermia, se non ci fosse stato il problema Covid, questo disegno di legge oggi sarebbe già in aula. Da subito ho sposato, l’idea perché credo che sulle ICA molto spesso abbiamo lasciato correre. L’esperienza Covid ci insegna che in alcune realtà la separazione tra sporco e pulito non c’era e io sono rimasta fortemente colpita nel vedere come una nazione del nord non avesse separato le due zone, creando zone miste con altissimi rischi di infezione.

Servizio Sanitario Nazionale o Regionale, lei cosa ne pensa? Bisogna tornare ad una centralità più decisa oppure bisogna dare più strumenti alle regioni per metterle nelle condizioni di produrre un servizio efficiente?

Secondo me occorre una centralità più spinta perché il rischio è di fare una sanità a due velocità, una per il sud che arranca e va al traino e una per il nord a pieno ritmo. In questa vicenda, purtroppo, il nord ha pagato un tributo più alto, non oso immaginare cosa si sarebbe detto della Sicilia e del Meridione se l’emergenza fosse dilagata prima al sud.

L’esperienza Covid che eredità lascia nel Sistema Sanitario? Cosa occorre mettere in campo adesso per migliorarne l’assetto e quale è la percezione che ne hanno i cittadini?

Rispondo da psicoterapeuta e dico che non cambierà nulla perché l’uomo è l’animale che più di tutti si è adattato, tanto che ancora vive distruggendo quello che ha attorno. L’uomo dimenticherà facilmente e con un po’ di tempo tornerà a ragionare con gli stessi schemi con cui ha sempre ragionato. A causa del famoso decreto Balduzzi che ha fortemente penalizzato la sanità con tagli e mancati investimenti, oggi abbiamo pagato un tributo molto alto e ci siamo resi conto che abbiamo bisogno di uno sprint in più, più posti letto e più specialità ad esempio. Abbiamo branche specialistiche sovradimensionate e altre mancanti, in questo anche le università un lavoro serio non l’hanno fatto e sono richiamate a rivedere le borse di studio e le specializzazioni. Bisogna allocare risorse per quello che serve al cittadino perché alla fine chi ne paga un prezzo ingente sono il paziente-cittadino e il personale medico che è stato eroe a lavorare senza presidi. Negli anni la piccola imprenditoria, per i costi di manodopera, è stata fortemente scoraggiata, perciò ha decentralizzato tutta l’attività ed è per questo che oggi le mascherine da pochi centesimi le dobbiamo acquistare dalla Cina a prezzi più elevati.

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