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Il Risk Manager nell’emergenza: una risorsa strategica usata poco e male

Francesco Venneri, Clinical Risk manager Azienda USL Toscana Centro

Verso il webinar di maggio, pubblichiamo la nostra intervista a Francesco Venneri, Clinical Risk manager Azienda USL Toscana Centro “Migliorare le funzioni del territorio con l’ausilio del privato e concentrare le risorse per rafforzare gli ospedali nella capacità di gestione delle emergenze. Scudo penale per la responsabilità degli operatori, ma non per l’incapacità dei dirigenti”

 

Come sta reggendo il sistema di fronte all’emergenza? Con una certa efficacia o con qualche impreparazione di troppo?

I dati parlano abbastanza chiaro, sia in termini di vittime, sia in termini di contagiati, sia in termini di entità del problema. Diciamo che il sistema poteva prepararsi meglio perché, a mio modesto avviso, c’erano stati degli alert, dei messaggi, non tanto subliminali, che potevano in qualche modo farci preparare prima.

Devo anche dire che il sistema è stato resiliente, merito soprattutto delle organizzazioni sanitarie e degli operatori sanitari in prima linea, anche a fronte di molte criticità incontrate, fra cui sicuramente quello della problematica legata alla disponibilità e alla chiarezza sull’utilizzo dei dispositivi di protezione individuale.

Il sistema poteva sicuramente prepararsi prima ma un evento pandemico di queste dimensioni sicuramente ha sorpreso tutti, anche la cosiddetta sanità americana, che si vanta essere la migliore e la più organizzata, ha visto anche lì il proprio sistema crollato.

Ci sarà da fare il punto della situazione per un’analisi post evento pandemico, tra tutti gli esperti ed i protagonisti attivi del sistema sanitario, per costruire piani di attività per un eventuale futuro e per un probabile riaccadimento di un evento di questo genere che ormai può ripresentarsi con la stessa intensità o con un’intensità diversa.

 

Un approccio nuovo da adottare per eventi emergenziali, ma che forse avrebbe dovuto essere già uno standard per gestire un’emergenza continua per il nostro sistema sanitario che è quello delle Infezioni Correlate all’Assistenza…

Le ICA sono state sempre viste come eventi avversi accettati dalle organizzazioni sanitarie. Siamo consapevoli che esistono, addirittura vengono anche risarcite senza nemmeno approfondire i singoli casi. Le ICA sono delle piccole pandemie di ogni singola struttura sanitaria e rappresentano una emergenza costante. Se andiamo a sommare il numero di vittime che fa un’infezione correlata all’assistenza (pensiamo alla Sepsi, alla Klebsiella, al New Delhi, al Clostridium difficile, allo Pneumococco o al Meningococco) otteniamo tante più vittime rispetto all’incidenza del Coronavirus. Quindi l’attenzione non deve mai abbassarsi, sicuramente un approccio proattivo a eventi come quelli infettivi è argomento di discussione continua e deve essere sul tavolo delle negoziazioni di budget, di indirizzi aziendali.

 

Un tavolo al quale devono sedere molti soggetti che devono interagire tra loro…

La consapevolezza nel direttore generale deve essere molto alta su questo tema e deve essere alta anche per chi, nella sanità, è una figura che sta dietro le quinte, ma che ha un ruolo altrettanto importante; mi riferisco alle direzioni amministrative, agli economati, ai patrocinanti, ai servizi collaterali; ma mi riferisco anche per esempio all’ente che nella mia regione Toscana è l’ente centralizzato su cui si focalizzano gli acquisti… Quindi sostanzialmente sì, le ICA meritano un approccio integrato e proattivo di alta consapevolezza e di alta attenzione perché sono delle piccole pandemie nelle istituzioni sanitarie singole: gli ospedali, le case di riposo, anche nelle strutture nell’area del privato e del privato convenzionato.

 

Questa emergenza sta portando ad interrogarsi su alcuni temi che sono stati sempre un po’ sotto traccia per i quali sono state trovate soluzioni differenti in territori differenti. Il primo tema riguarda il rapporto tra sistemi sanitari, tra Stato e Regioni.

La pandemia Coronavirus ci ha insegnato che forse un sistema sanitario nazionale poteva meglio affrontare quella che poi era la ricaduta dell’evento e dei suoi effetti sulle singole realtà territoriali. Sicuramente è una discussione che si aprirà perché in diverse occasioni abbiamo sentito i nostri rappresentanti, sia i politici che gli addetti ai lavori, quindi tecnici, medici, infermieri, operatori sanitari tutti,  porre il tema della necessità di ricondurre il tutto a un sistema sanitario più unitario, che fosse di tipo pubblico e di tipo nazionale.

 

Il secondo tema riguarda il rapporto tra una impostazione ospedale-centrica e una che fa rete con il territorio…

Il territorio ha mostrato una debolezza, dovuta al fatto che, pur essendo stato formalmente spesso tenuto in debito conto quando si parlava della continuità ospedale/territorio, non vi è stata sviluppata un’adeguata aziendalizzazione al pari dell’ospedale.

Se torniamo all’emergenza pandemica del Coronavirus, abbiamo visto che il territorio, impossibilitato a gestire con efficacia diverse fasi dell’epidemia, ha determinato la sofferenza dell’ospedale, in quanto il primo problema che si è presentato è la disponibilità dei posti letto nelle terapie intensive.

L’anaslisi che si farà a posteriori quindi andrà ricondotta verso azioni correttive che rivedano il rapporto tra il numero dei posti letto e la popolazione. L’ospedale dovrà essere sempre più indirizzato a struttura per acuti, e quindi avere servizi e risorse adatte per affrontare situazioni di emergenza come quelle di questi giorni.

Ma andranno ripensati e riorganizzati anche i servizi territoriali come ad esempio la medicina generale e la pediatria di libera scelta. Andranno riviste le forme con il quale il servizio sanitario riesce a permeare gli spazi del territorio fino ad arrivare nelle case dei pazienti e dei cittadini. Occorre ripensare l’organizzazione sulla base di risorse tecnologiche futuristiche diverse, come la digitalizzazione, la telemedicina, i device elettromedicali, potenziando questi servizi e rivedendo anche la formazione dei futuri medici, dei futuri operatori sanitari a cui sarà richiesta una formazione specialistica specifica per rifornire il territorio di tutte quelle risorse anche di tipo tecnico-professionale che oggi mancano.

Poi c’è un’ultima osservazione su questo aspetto…

 

Quale?

Il fenomeno Coronavirus ha fatto emergere un altro aspetto importante. Nei pronto soccorso, durante i picchi dell’emergenza e, fino ad oggi, gli afflussi di altre patologie o altre problematiche che prima erano quasi la norma, hanno subito un drastico calo…. Allora forse anche prima quegli accessi non erano appropriati e potevano essere risolti altrove. Se questi stessi cittadini, in tempi di pace, avessero trovato risorse e risposte in un territorio potenziato, probabilmente non avrebbero affollato i pronto soccorso che potrebbero veramente essere utilizzati per i codici di emergenza più elevata. Questo significa potenziare la medicina generale e potenziare le attività infermieristiche territoriali.

 

Il terzo tema è la ridefinizione del rapporto tra sanità pubblica e sanità privata…

Non ho dubbi che il sistema sanitario debba essere pubblico. il privato ci vuole ma ci deve essere una negoziazione sulle attività che va fatta di pari passo con una regolamentazione più accurata. Il privato potrebbe essere una valvola di scarico del sistema sanitario pubblico per quei servizi e per quelle attività che potrebbero essere indirizzate verso una sanità che magari ha più attenzione alle patologie minori, senza per questo sminuirne il ruolo… Un ruolo che in un momento come questo potrebbe essere utile al pubblico per gestire molte delle risposte che magari l’attuale territorio non riesce a soddisfare.

 

Nel webinar di metà maggio, tra le altre cose, c’è l’idea del Presidente HCRM, Alberto Firenze, di organizzare l’avvio di una root cause analysis su quella che è stata la gestione di questa pandemia a livello nazionale, ma c’è anche il tema di come i risk managers abbiano o non abbiano avuto il giusto ruolo…

Abbiamo assistito a un coinvolgimento delle strutture di rischio clinico pubblico e privato sul territorio nazionale disomogeneo. Le realtà di eccellenza hanno visto immediatamente coinvolto il personale del rischio clinico dentro le unità di crisi, ma purtroppo nella maggioranza dei casi non si è visto questo coinvolgimento né del risk manager, né della sua experties, né tanto meno della sua struttura e dei suoi collaboratori. Questa è la nota amara che vivo come risk manager. Non voglio additare le direzioni che hanno scelto questa strada, ma sicuramente è anche un po’ colpa nostra perché i risk managers non sono tutti uguali sul territorio italiano, non hanno tutti la stessa provenienza formativa e la stessa autorevolezza all’interno delle proprie strutture e l’essere i “vicini di casa” delle direzioni sanitarie e di presidio porta probabilmente a delle conflittualità che non ci dovrebbero e non ci devono essere.

In occasione di questa pandemia abbiamo visto anche come la debolezza dei sistemi di gestione del rischio si sia vista in molte realtà; ci sono state poche realtà – come nel mio caso – nelle quali il risk manager ha svolto addirittura un ruolo di coordinatore delle unità di crisi, mentre in altre realtà non è stato nemmeno coinvolto.

Forse è venuto anche il momento di rivedere il ruolo, l’autorevolezza, la strutturazione e la composizione delle unità, le strutture, le funzioni e la gestione del rischio clinico nelle strutture sanitarie pubbliche.

 

Quindi andrebbe migliorata la definizione normativa del ruolo del risk manager?

Assolutamente si, ma deve essere concordato e condiviso, rivisitando anche  la stessa legge 24.

 

La discussione è in corso, anche in parlamento, sullo scudo penale e civile per gli operatori sanitari…

La recente discussione sulla responsabilità professionale in situazioni di emergenza e Coronavirus  è semplicemente vergognosa. E’ vergognoso che in situazioni di emergenza e calamità si possano perseguire elementi di responsabilità per negligenza, imperizia e imprudenza.

In questa situazione di emergenza, il sanitario è purtroppo in prima linea e si è trovato a dover combattere contro quello che era poi l’altro aspetto dell’emergenza, cioè la disponibilità di strumenti e mezzi con cui deve ottenere un determinato risultato; non lo si può perseguire per le conseguenze delle proprie azioni perché costretto a lavorare, in carenza,  per mancato approvvigionamento, per inadeguatezza e inidoneità dei mezzi forniti. Ovviamente mi riferisco non a comportamenti dolosi, o a comportamenti volutamente contrari alla deontologia, all’etica, alla sicurezza e alla morale.

Dare uno scudo a tutti non va bene perché le responsabilità vanno prese sia in tempi di pace che di guerra.

Se ci sono responsabilità che ricadono su chi doveva organizzare, chi doveva disporre dei criteri e chi aveva il potere decisionale, queste vanno analizzate e sanzionate. Se ci sono responsabilità per mancanza di vigilanza, sorveglianza o approvvigionamento qualcuno deve pagare e rispondere di questa responsabilità, al pari di come risponde il sanitario in tempi di pace per eventi legati a imperizia, imprudenza, negligenza, inosservanza delle regole, delle discipline e delle disposizioni.

 

Cambiamento di regole, riorganizzazione, nuove linee operative… un’associazione come HCRM in un sistema di relazioni con il mondo istituzionale, stato e regioni, con le stazioni appaltanti, può contribuire a introdurre quelle innovazioni necessarie ad obiettivi di miglioramento del sistema…

L’evento pandemico ci ha offerto una ghiotta opportunità di rivalutare anche le società scientifiche, non solo quelle di area clinica, di area associazionistica di categoria, ma anche quelle della gestione della qualità, come ISQUA, e del rischio clinico, come appunto HCRM.

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