home
Una task force per prevenire le Infezioni in Ospedale. Community, Network, Tools

“Innovare per una sanità con elevati livelli di cura per tutti : le Società Scientifiche sono il motore del cambiamento”

Roberta Monzani, rappresenta la segreteria scientifica di SIAARTI, Società Italiana di Anestesia Analgesia Rianimazione e Terapia Intensiva. “ Chi opera in prima linea si assume responsabilità e deve decidere velocemente. Il sistema ci deve aiutare senza lasciare nessuno da solo.

Roberta Monzani, anestesista, lavora presso Humanitas Research Hospital di Rozzano (MI) e rappresenta la segreteria scientifica di SIAARTI, Società Italiana di Anestesia Analgesia Rianimazione e Terapia Intensiva. “ Chi opera in prima linea si assume responsabilità e deve decidere velocemente. Il sistema ci deve aiutare senza lasciare nessuno da solo.

 

Come è stato l’impatto e come è stato gestito? Lei opera in una struttura privata che ha dovuto reggere l’impatto come una struttura pubblica…

Questo tsunami ci ha travolto dall’oggi al domani e non ci siamo quasi resi conto di ciò che stava succedendo. La nostra amministrazione ospedaliera ha accolto la richiesta di aiuto della Regione che chiedeva di moltiplicare i letti di Terapia Intensiva. L’ospedale è stato completamente trasformato! Il nostro è un ospedale prevalentemente chirurgico,  polispecialistico e dall’oggi al domani abbiamo chiuso le sale operatorie e trasformato uno dei blocchi operatori in Terapia Intensiva COVID; stravolgendo anche quella che è la struttura architettonica dell’ospedale stesso è stato scelto il blocco operatorio più vicino e più facilmente raggiungibile dal  Pronto Soccorso.
Noi siamo un Dipartimento di Anestesia e Terapia Intensiva con un discreto numero di anestesisti suddivisi in servizi specializzati in diverse attività (centro ortopedico, endoscopia, chirurgia maggiore, chirurgia Day Surgery ed ambulatoriale, terapia del dolore), siamo stati rapidamente compattati e ognuno di noi ha dovuto adattarsi ad un nuovo  ruolo in un contesto completamente diverso. Nel frattempo la Regione ha identificato quelli che erano gli ospedali hub e che cosa dovessero fare… ad esempio il Monzino veniva classificato Hub per patologie cardiovascolari, il Galeazzi per ortopedia, noi e  Niguarda Hub per gli stroke, chirurgia oncologica e COVID. Gradualmente le degenze post-chirurgiche sono state convertite in degenze COVID. Tutto questo ha comportato per molti colleghi ed infermieri di doversi riconvertire in ruoli nuovi, chi ha imparato a gestire e triagiare i pazienti COVID, altri sono stati messi ai check point misurando la temperatura, distribuendo mascherine e soluzione alcolica per il lavaggio delle mani. Ognuno ha cercato di rendersi utile e di sopperire a questa emergenza anche perché non conoscendo bene il nemico, non sapevamo come organizzarci. Devo dire che nel complesso la nostra struttura ha risposto bene all’emergenza. Il problema è che tutto questo per noi è diventato routine, lavoriamo 7 giorni su 7 ed alcuni sono molto provati anche dal punto di vista psicologico.

La situazione adesso è sotto controllo e può gestire un’eventuale situazione di crisi che si può venire a creare con la riapertura oppure siamo ancora in una fase precedente?

Per noi professionisti se dovesse capitare una ricaduta e non dovessimo essere pronti, vuol dire che tutto ciò che abbiamo vissuto non è servito a nulla e così non è. Noi siamo pronti e abbiamo ancora una soglia di attenzione alta e nell’eventualità saremo sicuramente operativi. Tutti gli ospedali stanno pensando a come reingegnerizzarsi, indipendentemente dall’emergenza. Noi dobbiamo imparare a convivere con questa epidemia che diventerà cronica, ci accompagnerà e forse cambierà l’epidemiologia. Altro brutto momento potrà essere l’autunno con la riapertura delle scuole e la solita stagione influenzale. Siamo un po’ preoccupati per i comportamenti sociali perché riteniamo che questa riapertura non abbia consentito a tutta la popolazione di metabolizzare in maniera adeguata che cosa realmente significa. La popolazione non è completamente preparata ad affrontare una fase 2.

Lei parla di reingegnerizzazione dei processi e dell’approccio della struttura non solo al COVID, ma anche con la diagnostica in generale. Questo presuppone una capacità di innovazione importante.  Secondo lei il sistema è in grado di sviluppare un processo di innovazione collettivo e coerente o ci saranno più velocità per cui ci saranno strutture eccellenti e strutture che resteranno indietro?

Inserirei anche il ruolo delle Società Scientifiche! Tutte devono lavorare sul tema dell’interdisciplinarietà o della multidisciplinarietà, ci siamo resi conto che insieme possiamo fare sicuramente meglio perché ognuno ha competenze, esperienze e professionalità che hanno ambiti di vera eccellenza. Le Società Scientifiche devono farsi portavoce nei confronti delle Istituzioni per arrivare a dichiarare che avere venti sistemi sanitari diversi forse non è la soluzione ottimale e ci siamo trovati maggiormente in difficoltà per questo motivo e abbiamo velocità diverse. La Lombardia ha affrontato di petto la situazione, se fosse successo in un’altra regione oggettivamente avrebbero avuto più problemi. Con questo desidero sottolineare che tutti devono avere le stesse opportunità, tutti i pazienti sono uguali sia che appartengano al Sistema Sanitario Nazionale o siano privati e meritano tutti un atteggiamento e una qualità di cura elevata. SIAARTI, la nostra Società Scientifica, si è mossa precocemente facendo uscire una serie di documenti, tra cui il primo di etica clinica, molto discusso, che è stato riferimento per tanti e che è stato di aiuto per molti colleghi. Gli anestesisti e i rianimatori vivono sempre situazioni difficili, in questo caso però c’era da supportare colleghi che dovevano prendere delle decisioni importanti e dovevano avere alle spalle un supporto scientifico. Poi sono nati questi webinar che ci hanno insegnato a comunicare in modo differente, possiamo sostenere scienza e formazione anche a distanza. I primi tempi sono stati difficili, ma oggi abbiamo imparato tanto tra tecnologie digitali, nuove modalità di education e nuove piattaforme per condividere. Spero che le istituzioni ascoltino le Società Scientifiche e si rendano conto che le scelte fatte negli ultimi anni hanno messo in difficoltà il Sistema Sanitario. La nostra  Società scientifica è consapevole che ci vogliono standard qualitativi minimi a cui tutti devono accedere. Ovviamente ogni regione sarà differenziata per numero di ospedali e altre variabili, però tutti devono garantire uno standard qualitativo minimo al di sotto del quale non si può scendere.

Questo significa forte selezione perché di fatto vuol dire anche alzare gli standard per gli accreditamenti regionali da un lato e per l’attività di sussidiarietà che devono fare i soggetti privati nei confronti del sistema pubblico. Quindi si ridisegna il rapporto pubblico/privato?

E’ un tema che si può tradurre con la parola sostenibilità. Credo che se un ospedale privato può erogare una buona assistenza contenendo i costi, vuol dire che ciò è fattibile e sostenibile, quindi perché non deve essere applicato anche al pubblico? Si parla di criteri di sostenibilità e di efficienza e dobbiamo tutti imparare a lavorare con meno risorse fisiche ed economiche, anche perché non ci saranno per la sanità, forse per compensare le catastrofi che sono successe, ma non le avremo  per la quotidianità. Pubblico e privato devono imparare a lavorare insieme, in Lombardia il risultato c’è stato, si è data la corretta e adeguata assistenza che si poteva sostenere in quel momento e nel frattempo si è cercato di capire che cosa si potesse fare per identificare precocemente i soggetti malati e quali terapie somministrare. Ancora oggi non abbiamo una terapia risolutiva, ma ci sono una serie di farmaci e approcci terapeutici che sembrano dare risposte positive e dobbiamo capire quale sia la strada migliore. Altro compito è l’interazione con il territorio, se gli ospedali si sono trovati in questo tsunami forse è anche perché il territorio non è riuscito a rispondere in maniera adeguata. Non voglio dare colpe a nessuno perché non sarebbe rispettoso. A posteriori si possono però fare delle analisi per capire che cosa si poteva fare meglio soprattutto in previsione di una seconda ondata, in modo da non trovarci impreparati e per evitare gli stessi errori. Il territorio va assolutamente supportato, noi dobbiamo reciprocamente  imparare a lavorare meglio, territorio ed ospedalieri e viceversa, perché cambierà il modo di erogare la sanità.

Il rapporto tra ospedale e territorio è ancora molto sulla carta più che un dato di sostanza…

Che tipo di cura offriremo ai nostri pazienti? Si parla di telemedicina per un periodo più o meno lungo, se poi funzionerà potrà diventare uno dei  metodi principali. Bisognerà spiegarlo ai pazienti che sono ancora, giustamente, abituati ad una relazione  diretta con il medico. Forse anche il tradizionale giuramento di Ippocrate andrà interpretato in maniera differente, per un contesto completamente diverso. La nuova generazione di medici sarà facilitata, ma i pazienti devono essere educati, bisognerà insegnare loro il concetto della telemedicina, spiegare che ci sarà un inquadramento clinico generale attraverso una modalità comunicativa diversa. Noi dobbiamo valutare il loro rischio clinico per inserirli nel miglior percorso terapeutico, che dovrà prevedere dei processi  più semplici, quindi il loro tempo di permanenza all’interno dell’ospedale e degli ambulatori dovrà essere il minimo indispensabile per un tema di sicurezza generale. Questo è un divenire da costruire con la consapevolezza da parte dei professionisti che devono mettersi in discussione e devono avere la pazienza e la voglia di informare i pazienti. In questo le Società Scientifiche e le Aziende del mondo sanitario possono aiutarci. Queste ultime non devono più pensare solo a quello che potrebbe essere il ramo di investimento e di ricerca, ma devono continuare, da un lato, a sperimentare farmaci e terapie e dall’altro investire sulla comunicazione digitale, domiciliare e sulla semplificazione a supporto del paziente. Tutti dovranno possedere un PC  ed  imparare, ad esempio, a  misurarsi la pressione arteriosa o la glicemia con strumenti  telematici. In altri paesi europei la telemedicina è già utilizzata a livelli avanzati e grazie allo tsunami che abbiamo vissuto, è arrivato il momento di rivedere tutto il sistema anche per noi.

Ridisegnare la sanità ha oggi linee diverse rispetto a quelle che si sarebbero seguite solo qualche mese fa. Il tema della semplificazione e dell’integrazione per snellire percorsi e processi, è oggi un tema chiave.

Sicuramente, e aggiungo anche il tema delle istituzioni. Noi abbiamo un sistema giuridico complesso a cui se ne aggiunge uno normativo diverso da regione a regione, non abbiamo una centralizzazione. Per questo credo che le istituzioni dovranno fare la loro parte di revisione, sarà sicuramente difficile, ma devono affrontare il tema. Abbiamo bisogno di leggi e norme nuove a supporto di un innovato Sistema Sanitario e non si potrà pensare che per prendere decisioni importanti si debba attendere  settimane o mesi. A volte le soluzioni più importanti devono essere prese in tempi rapidi!

La velocità di decisione presuppone anche la possibilità di errore, qui entra in campo anche il tema della responsabilità degli operatori

Durante la pandemia siamo stati definiti eroi, ma noi abbiamo sempre risposto  che non lo siamo, facciamo solo il nostro lavoro, ma l’utenza se ne rende conto solo ora. Passato il primo momento hanno iniziato ad arrivare le prime denunce. E’ su questo che le istituzioni dovrebbero rivedere molte cose, semplificare e cambiare mentalità. In certe situazioni noi abbiamo deciso celermente assumendoci la responsabilità e fortunatamente, alle spalle, c’era la nostra  Società Scientifica che ci ha supportato con documenti, webinar ed interazione digitale. Quando abbiamo allentato la tensione inziale, abbiamo iniziato a discutere, confrontarci e cercato di capire cosa avremmo potuto fare di diverso, ma le Istituzioni non ci hanno molto seguito. Basti pensare al tema della fase2  sul quale la componente scientifica è più preoccupata e forse dovrebbe essere  più graduale e ponderata.

 

keyboard_arrow_up