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Sull’emergenza servivano risposte univoche. Nazionali o Europee

Domenico Tangolo, Direttore sanitario e Risk manager dell'Humanitas Gradenigo di Torino.

Verso il Webinar di maggio con Domenico Tangolo, Direttore sanitario e Risk manager dell’Humanitas Gradenigo di Torino. “Serve maggiore integrazione a tutti i livelli per migliorare la velocità di risposta. Alla fine la sanità sarà migliore di prima.”

 

Domenico Tangolo, come sta reggendo il sistema regionale piemontese a questa emergenza?

In regione è stato scelto un modello preciso di risposta all’emergenza, qui si è adottato il modello lombardo… ma la non omogeneità dei comportamenti tra le Regioni è stato uno dei problemi più grossi a livello nazionale… ogni Regione ha scelto un modello nell’impossibilità di sapere se altri erano più efficienti ed efficaci.
L’operazione che c’è stata in Piemonte è stata quella di lavorare sull’aumento – direi quasi sul “sequestro” – delle terapie intensive, una operazione quindi molto “ospedalocentrica”, con anche sale operatorie trasformate in terapie intensive. Questo ha fatto sì che il resto del sistema sanitario fosse meno coinvolto quindi quello che vediamo ora è un’emergenza di ritorno dalle residenze, dalle RSA, il cui problema non è stato gestito e con polemiche da parte dei medici di medicina generale che non sono stati coinvolti in modo corretto.
L’altro elemento della centralità dell’ospedale è stata la gestione della unità di crisi a trazione emergenziale, quindi con grande concentrazione su urgentisti e di rianimatori, mentre altre voci più generaliste, più di sistema, sono state poco considerate; in questo modo altre necessità di cura – una per tutte le terapie oncologiche – sono passate assolutamente in secondo piano. A Torino ci sono tre strutture private di Humanitas, dove io opero, e due di queste sono accreditate. Abbiamo proposto alla Regione di trasformare il solo Gradenigo, avendo il pronto soccorso, in punto di emergenza Covid, spostando tutta l’attività chirurgica non differibile nell’altra struttura. La risposta della Regione è stata quella di voler esclusivamente implementare le terapie intensive, di fatto investendo totalmente entrambe le strutture nell’emergenza Covid senza la possibilità di rispondere alle indifferibilità chirurgiche, oncologiche, traumatologiche.

Come si riorganizzano i sistemi di relazione fra Stato e Regioni? Ossia la sanità va bene organizzata a trazione regionale oppure bisogna tornare ad una centralità forte dello Stato?

 

Sul primo tema regionalità vs nazionalità direi che quello che ci ha insegnato quest’esperienza è che i modelli parcellizzati non funzionano. Di fronte ad emergenze di questo tipo e comunque di fronte alle situazioni caratterizzate da velocità, incidentale o di prevalenza, e quindi di pronta risposta, la politica sanitaria deve essere almeno nazionale. In questo caso particolare, a mio modo di vedere, la risposta avrebbe dovuto essere quantomeno continentale, a livello europeo. Non si può pensare che il Piemonte dove lavoro io confina con la Francia che permette ancora di fare le elezioni mentre noi non possiamo uscire di casa. Sicuramente più si parcellizza più si ha disomogeneità di risposta, e quindi più facilmente si avrà un’emergenza prolungata nel tempo.
Su scelte fondamentali di sistema la risposta deve essere nazionale.

E il rapporto tra pubblico e privato? Ci sono modelli in cui pubblico e privato sono equiparati e modelli in cui il privato funge da sussidiario quando il pubblico non ci arriva.

Il rapporto tra pubblico e privato non sta tanto nella scelta del modello lombardo o toscano, quanto nella capacità di risposta di tempi. A mio parere il sistema deve comunque essere a trazione pubblica, perchè deve avere velocità di reazione e poter rapidamente passare – di fronte a una necessità – da un modello in cui il privato vicaria ad una situazione in cui il privato gioca la sua parte in partnership.
Porto ancora il nostro esempio, noi siamo una struttura privata accreditata, ma abbiamo il pronto soccorso, quindi un’anomalia, e il sistema regionale per quindici giorni non ha capito dove collocarci. La Regione ha una piattaforma di gestione dei dati sul virus, nella quale, pur gestendo 90 pazienti Covid al giorno, non eravamo abilitati ad entrare per inserire i dati dei pazienti positivi…

Prima si è parlato di logica ospedalocentrica e della necessità per creare un maggior equilibrio con il territorio con una maggiore distribuzione di ruoli, competenze e attività…

Noi abbiamo gli ospedali, che sono centrati, come modello di funzionamento, sulla velocità, quindi dovrebbero essere in grado – e lo sono stati – di gestire in velocità la risposta. Poi però questa velocità ha una riduzione nella gestione dei casi per il tipo di onda che arriva, portando aduna dilatazione dei tempi. Noi siamo abituati ad avere delle permanenze in terapia intensiva di tre, quattro, anche cinque giorni, ma qui con il Covid si è passati a degenze in terapia intensiva di quindici, venti giorni… Chiaro che gli ospedali vanno sotto stress e che una maggior integrazione con il territorio, con ruoli specifici nelle diverse fasi della gestione dell’emergenza può migliorare la risposta.

Questa esperienza può dare modo di avere un bel patrimonio su cui lavorare per creare una sanità capace di affrontare le sfide che ci aspettano. A partire dalle politiche di prevenzione. E al ruolo del risk manager.

Io credo che una cosa che ci ha insegnato quest’emergenza è che noi abbiamo una tendenza a sottovalutare i problemi. Adottare comportamenti preventivi deve essere una pratica quotidiana. L’approccio tipico del risk manager è pensare all’imprevedibile. Ad esempio, nel mio ospedale mediamente muore una persona al giorno, abbiamo infatti circa 300 decessi l’anno. Quando è iniziata l’emergenza Covid ci siamo trasformati in ospedale Covid in 24 ore, ma prima abbiamo dovuto pensare a come dovevamo comportarci se le morti fossero state molte di più (dove mettere le salme, come trattarle, come dialogare con i parenti e con le onoranze funebri). La funzione del risk manager diventa quindi particolarmente rilevante in condizioni di emergenza perché ha l’abitudine di pensare all’impensabile, cosa che invece le organizzazioni non fanno.

E le organizzazioni colgono l’importanza e l’utilità di questo ruolo all’interno del processo?

Ho percepito una risposta disomogenea. Nel mio caso la condizione era favorevole perché la funzione di direttore sanitario coincide con quella di risk manager…Più in generale mi è parso che la capacità di contributo ideativo e di risoluzione dei problemi del risk manager sia stata legata alla persona e non al ruolo. Se la persona era autorevole all’interno dell’organizzazione è diventato un patrimonio fondamentale per la risposta, se invece non aveva questo ruolo, addirittura si è spento.

L’uscita da questa emergenza condurrà a una migliore messa a punto del sistema? E in questo le società scientifiche possono svolgere un ruolo pubblico più incisivo?

Io sono convinto che cambieranno in modo sostanziale le modalità di funzionamento delle organizzazioni. Alla fine dell’emergenza una serie di elementi diventerà patrimonio comune perché vissuta in un momento di stress organizzativo ed emotivo molto forte. Ad esempio l’uso delle tecnologie disponibili, la possibilità del teleconsulto, delle comunità di pratica che si scambiano le esperienze positive e negative resteranno permeanti e cambieranno i modelli organizzativi. Ci porteremo dietro che le organizzazioni sono composte da persone che ne sono la ricchezza, capaci di andare oltre alla singola specialità di ognuno; ci porteremo dietro l’uso di tecnologie e di necessità di comunicazione con pazienti e famigliari del tutto diverse.

Quindi le società scientifiche che contributo possono portare?

Sono usciti documenti delle società scientifiche, ad esempio sull’uso dei dispositivi di protezione, contrastanti fra loro che hanno creato ulteriore confusione mettendo in difficoltà le organizzazioni e le persone.
Le società scientifiche “di sistema”, trasversali, come HCRM, che si assumeranno il ruolo di veicolare e portare a sistema le istanze delle singole specialità, saranno vincenti, perché saranno in grado di aiutare il sistema a dare risposte di sistema. Le società scientifiche che continueranno a guardare il loro “orticello” verranno inevitabilmente spazzate via da qualunque ruolo decisionale.

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