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Una task force per prevenire le Infezioni in Ospedale. Community, Network, Tools

“Troppi morti a casa. Concentrarsi sull’Ospedale non basta più”. Il ruolo delle Società Scientifiche.

Maria Grazia Cattaneo, vice presidente di SIFO, Società Scientifica della Farmacia Ospedaliera.

A Colloquio con Maria Grazia Cattaneo, vice presidente di SIFO, Società Scientifica della Farmacia Ospedaliera.

Nell’emergenza Covid, che ruolo hanno giocato le Società Scientifiche? Come luogo di esperienza collettiva hanno orientato il lavoro degli operatori? O hanno lasciato il campo libero?

Questo è un pensiero che ho avuto spesso in questo periodo, e quando mi capitava di vedere in TV professionisti come virologi ed epidemiologi, mi chiedevo come mai si vedesse sempre il singolo rappresentante di una struttura sanitaria, ma non si vedeva mai, o quasi mai, la Società Scientifica. Ho riflettuto sul ruolo delle Società Scientifiche e sul perché di questa assenza. Anche all’interno del nostro direttivo abbiamo aperto una riflessione che avrebbe poi dovuto sfociare in atti concreti, che facessero avvertire ai nostri colleghi la presenza della società stessa.

Che si è avvertita poco?

Le Società Scientifiche sono state poco presenti nella prima fase. Ora  devono emergere con un pensiero e, per il mandato che hanno, in modo molto operativo. La Società Scientifica deve poter costituire un punto autorevole di riferimento tale per cui le linee di indirizzo che vengono stese a livello internazionale siano condivise da persone autorevoli e competenti che parlano di ciò che sanno in modo importante e che lo rendono disponibile. Auspico anche che vengano resi disponibili dei dati comuni che possano far avanzare rapidamente la coscienza della comunità scientifica. Questo pensiero, che riguarda il protocollo clinico specifico, non può restare fermo a livello di linea di indirizzo clinica, deve essere contestualizzabile all’interno di una struttura e di una realtà più ampia dell’ospedale.

Un pensiero che può limitare le criticità emerse…

Abbiamo visto che la separazione tra ospedale/territorio e RSA non ha aiutato, ed è stata una delle cause di emergenza. Ecco perché queste linee di indirizzo teoriche devono essere calate in un contesto reale che oggi non è più solo la struttura ospedaliera, perché sono morte molte persone a casa. Da questo punto di vista c’è stato un fallimento di organizzazione che oggi deve per forza essere oggetto di analisi e di critica. I protocolli devono essere coniugati all’interno di percorsi per il paziente che devono essere oggetto rapido di analisi, condivisione e regolamentazione.

Quindi in epoca pre-Covid sono stati stilati una serie di protocolli di carattere procedurale e tecnico ma fondamentalmente teorici che non hanno trovato un loro radicamento all’interno dei processi reali, sia nelle strutture ospedaliere che nel rapporto fra ospedale e rete territoriale. Quindi se non si fa un passaggio in più, questi protocolli restano sulla carta…

Questo è un altro argomento di grande importanza. Se ad esempio parliamo delle infezioni ospedaliere,  tutte le “esercitazioni” fatte riguardo la necessità di curare le ICA senza sprecare antibiotici sono appunto più che altro belle esercitazioni. Paradossalmente, un autorevole gruppo di lavoro a livello nazionale ha prodotto un piano contro l’antibiotico-resistenza, dove però manca il concetto di prevenzione.
Già allora ci siamo resi conto che mancava e abbiamo chiesto che venisse inserito. Questo paradosso l’abbiamo visto nelle linee di indirizzo e nella predisposizione di piani dove non si parlava mai di prevenzione. Credo che un cambiamento possa essere portato avanti in modo concreto se le Società Scientifiche, al di là dei singoli gruppi, riescano a collaborare sulla base delle loro conoscenze e competenze,  se al proprio interno abbiano esponenti autorevoli che facciano la differenza e, una volta espresso un parere autorevole, non siano lasciate sole.
Le Società Scientifiche devono crescere di livello al loro interno anche attraverso una forte formazione e attraverso momenti di accreditamento presso le proprie strutture. Occorre mettere insieme specialità diverse e fare in modo che da questa interazione esca il meglio. Tra le priorità deve esserci un’analisi dei rischi corsi fino ad ora e dei percorsi fatti, e questa analisi deve essere multiprofessionale. I rischi di cui parliamo sono quello clinico, quello organizzativo, quello etico e quello per gli operatori, rischi che vanno gestiti in modo integrato.  Per fare questo occorre mettersi all’interno della propria realtà e cercare di superarli attraverso un’analisi e forti azioni di contenimento che ci facciano trovare pronti su tutta la linea.

Quindi un modo per gestire questi rischi è fare rete. Se una Società Scientifica rimane nel proprio ambito tematico e professionale oppure è legata ad una leadership forte può incorrere in questi rischi?

Sì, ma la leadership all’interno di una Società Scientifica ci deve essere e deve essere avvertibile anche con il rischio di essere impopolari. Per fare la differenza occorre esprimere il proprio pensiero su qualunque tavolo e senza timore. Con questo coraggio le Società Scientifiche potrebbero avere una forte spinta, ma io credo che ci sia sempre il modo di coinvolgere tutti (pazienti, professionisti, istituzioni, tecnologie) con l’obiettivo di fare il meglio.

Secondo lei questa emergenza porterà alla possibilità di fare uno scatto di concretezza? C’è una maggiore sensibilità anche dal punto di vista del sistema sanitario?

Per quanto riguarda le Società Scientifiche tornare indietro è quasi impossibile. Il patrimonio acquisito da questa grave esperienza di pandemia va messo a fattore comune il più possibile. La Società Scientifica dovrebbe sentirsi a disagio se non cambia passo. Le istituzioni poi hanno un ruolo fondamentale perché nel nostro caso hanno un po’ dimenticato i farmacisti, comunque in prima linea, e dovrebbero accreditarli di più. E’ vero anche che forse dobbiamo essere noi ad imporci in modo tale da essere presi più in considerazione e tra istituzioni e Società Scientifiche ci deve essere una capacità di fiducia reciproca. Anche dal punto di vista operativo occorre capire come procedere. Noi abbiamo cercato, anche con l’aiuto dei colleghi sul campo, di portare un supporto concreto stendendo direttive su come allestire i farmaci utilizzati per il Covid nelle terapie intensive ad esempio oppure sul fronte della disinfezione. Credo che questo sia un passaggio d’obbligo da rafforzare sempre di più. E’ d’obbligo anche fare un’analisi di quello che è successo e provare ad indicare azioni di miglioramento.

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