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Una task force per prevenire le Infezioni in Ospedale. Community, Network, Tools

La lezione del Coronavirus. Riusciremo ad apprendere dagli errori commessi?

Alberto Firenze, Risk Manager del Policlinico di Palermo, è il Presidente nazionale della Hospital & Clinical Risk Managers. Da quando è esplosa l’emergenza Covid è stato nominato Commissario ad acta per l’emergenza COVID-19 agli Ospedali Riuniti di Sciacca-Ribera, in Sicilia.

 

Alberto Firenze, Presidente HCRM, denuncia la strage di operatori sanitari sul campo del coronavirus e reagisce. “Il sistema deve cambiare. Cambieremo le linee guida ed i protocolli della prevenzione dei rischi. Pazienti e Operatori Sanitari sullo stesso fronte per una sanità a rischio zero” e lancia l’appuntamento del 14 e 15 Maggio per la Community di disinfezione.org.

Risk Management significa prevenzione e gestione dei rischi. Cosa non ha funzionato in questa emergenza?
Il Nostro Servizio Sanitario Nazionale ha mostrato qualche falla, potenzialmente attesa da quando si è deciso di fatto di disinvestire nella prevenzione dei rischi.
Innumerevoli sono le valutazioni che in qualche modo possono essere prese, ma sicuramente l’applicazione e l’utilizzo di una root cause analysis – la prima su scala nazionale, un vero e proprio esperimento metodologico che vogliamo avviare con il webinar del 14 e15 maggio – ci consentirà di soffermarci su tutti i perché, a vario titolo, hanno determinato l’elusione delle barriere protettive del nostro sistema sanitario, piegandolo su se stesso, e probabilmente causando così tante vittime, anche “fra i nostri”.

Tuttavia un’idea su cosa non ha funzionato ce l’avrà.
Quello che appare subito, soprattutto partendo dall’inizio dell’esperienza lombarda ma poi di un pò tutte le regioni, è l’iniziale sottovalutazione del rischio coincisa con una visione del problema locale e non nazionale.
Abbiamo ragionato con una logica ospedale-centrica, aspettando i casi, e non abbiamo avuto da subito l’intuizione di andarli a cercare i casi, provando a tenerli lontani dall’ospedale.

Ognuno è andato per proprio conto…
All’inizio il sistema è sembrato un pugile stordito da un colpo a sorpresa. Lo Stato e le Regioni solo adesso si stanno muovendo quasi all’unisono, ma in un primo momento c’erano percorsi diversi, questo anche perché il nostro è un servizio sanitario con valenza su base regionale.
Questo, soprattutto nella prima fase, ha impedito azioni che avrebbero dovuto essere ricondotte ad un controllo e ad una azione coordinata su base nazionale. Ricorderete i molti che criticavano le inziali misure di restrizione, considerandole inadeguate e pericolose da un punto di vista economico-finanziario?
In quel momento, se tutti – classi dirigenti e non – avessimo preso in doverosa considerazione il rischio di diffusione dei primi contagi avvenuti a Codogno e Vò Euganeo, e si fossero definite subito quelle che erano le necessarie misure di restrizione, oggi probabilmente non ci troveremo in questa situazione. Sarebbe stato necessario fare subito scelte difficili che poi, comunque, alla fine, sono state fatte allo stesso modo. Ma con il senno del poi è facile per tutti…

Sottovalutazione, quindi azione tardiva e poco coordinata… basta questo per capire perchè il personale sanitario è suo malgrado in una sorta di prima linea in cui è il soggetto più a rischio?
Oggi sta passando, talvolta che gli ospedali e soprattutto gli operatori sanitari siano gli untori del contagio, non foss’altro ma semplicemente perché sono i primi a contatto diretto con i contagi, spesso in assenza di adeguati dispositivi di protezione individuale, e di percorsi dedicati. L’esperienza cinese non è stata presa in considerazione come momento di riflessione e di occasione per accumulare esperienza, se non solo in un secondo momento.
Se le regioni del centro sud, oggi, stanno avendo dati che non mostrano il picco che invece ha colpito la Lombardia, è perché le misure di restrizione sono state applicate per tempo e perché si è cominciato a fare benchmark con le esperienze lombarda ed internazionali.
Sicuramente l’azione dei tamponi o dei test rapidi su larga scala sarebbe stata la soluzione da prendere subito come punto di riferimento; invece si è ragionato più volte se agire sui sintomatici e sugli asintomatici, o solo su alcuni, o magari come cautelare gli operatori sanitari. Sicuramente oggi con l’esperienza acquisita sul campo e sulla propria pelle, queste azioni benchè in ritardo stanno dimostrando e dimostreranno la loro funzione.

A novembre scorso – durante l’hackathon di Napoli – l’associazione HCRM ha avviato la costruzione di un Position Paper sul tema delle Infezioni correlate all’assistenza con l’obiettivo di cambiare l’approccio della politica e delle istituzioni sul tema del rischio infettivo…
L’HCRM è stata antesignana come Associazione sul percorso di questo tipo e il Position Paper oggi ha il valore di premessa agli eventi che sono avvenuti. Con l’evento di maggio in cui riuniremo una grande Community che contribuirà alla definizione di una root cause analysis nazionale, integreremo quel lavoro con l’esperienza di questi mesi.
Con quel lavoro si andrà ai tavoli istituzionali, delle regioni e del governo per migliorare le linee guida del settore.

Lei è anche tra gli esperti  del gruppo SK-Clean project’s della  EFCI – European Cleaning and Facility Services Industry. L’associazione invece fa parte del network EAHM. Quanto conta la dimensione europea in questa situazione?
Sì, faccio parte del gruppo di EFCI in qualità di esperto italiano indicato da Confindustria – ANIP e in quel tavolo porteremo le novità che dovranno diventare il fronte del cambiamento e del miglioramento. Serve maggiore attenzione alla prevenzione, alla tutela e alla valorizzazione degli operatori ed al coinvolgimento dei pazienti-guida, servono un’attenzione rinnovata e regole più semplici per consentire all’innovazione, che il mercato oggi offre, di migliorare il sistema. Ma bisogna comunque alzare lo sguardo oltre confine ed alzare l’asticella.

Cioè?
Il problema Covid, ma fondamentalmente il problema di fare sistema, non si ferma ai confini nazionali. L’Europa è lo scenario necessario in cui comporre questo ragionamento. La presenza di HCRM nel network europeo delle società di management ospedaliero EAHM, con una finestra attiva verso la Commissione Europea, ha proprio il senso di fare rete e di proporre innovazione di sistema in Italia ma con un forte aggancio europeo.

L’obiettivo della Root Case Analisys? Su cosa lavorerà la Community?
Come associazione HCRM sarà interessante verificare come alcune fasce di popolazione in Italia siano state maggiormente colpite rispetto ad altre nazioni non fosse altro perché noi siamo il paese con la maggior prevalenza di infezioni ospedaliere in Europa e il paese con il maggior consumo pro capite di antibiotici.
Questo sarà interessante confrontarlo a fine esperienza Covid-19 per testimoniare come quel percorso, che noi avevamo iniziato, diventi la premessa rispetto a questi aspetti. Sicuramente vale la pena integrare il Position Paper, già stilato, con tutto quello che stiamo raccogliendo in termini di expertise per fare un testo ancora più completo. Noi avevamo fissato una data per un hackathon public health il 2 e 3 dicembre e, forse, speriamo, avremo anche la possibilità di farlo, auspicando che in quella data non avremmo necessità di sospendere, o posticipare.

L’obiettivo dell’evento di maggio, del webinar è quello di una grande condivisione  nella quale confrontare esperienze, professionalità, situazioni. Quale stimolo possiamo lanciare per sollecitare un buon lavoro in questo senso?
Io credo che ogni criticità debba diventare opportunità. Noi dobbiamo fare frutto dell’esperienza sapendo che in questa condizione, con questi strumenti, con i dispositivi di protezione individuale, continueremo a convivere ancora per tempo. Sapere che il digitale ovviamente, ancora di più, sarà l’implementazione necessaria per tutti, e che il confronto che sta avvenendo in maniera spontanea in tanti webinar, per adesso presenti su piattaforme, e tutto il percorso che si sta costruendo con tanti operatori sanitari, non saranno solo il presente, ma anche il futuro.
Sempre di più tutti i percorsi formativi del personale sanitario dovranno intraprendere la strada del digitale, del rapporto continuo, della possibilità di confrontarsi. Chi ha la capacità di capire dove c’è stata la criticità ne può trarre un vantaggio, e può fare in modo che gli operatori sanitari siano veramente coscienti e presenti sulle problematiche, mettendo da parte quelle che erano le vecchie impostazioni congressuali che oggi, credo, siano definitamente fuori gioco.
Come HCRM avevamo immaginato già da tempo strumenti nuovi nei percorsi formativi con metodiche stile hackathon, già realizzate sia a Napoli che in altre parti di Italia. Questa è la strada che avevamo tracciato quando ancora non eravamo nell’era Covid_19 e lo faremo anche adesso nell’era post Covid.

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